La cultura del sospetto anti-AI
Su Substack, ma non solo
Il 21 luglio 2026 Chris Best, amministratore delegato e cofondatore di Substack, ha pubblicato sul blog della piattaforma un post intitolato “Against Claudefishing”. L’immagine di apertura è il turco meccanico, uno dei cliché di quando si parla di AI per richiamare alla mente, subito, che se c’è una macchina di mezzo allora c’è trucco1.
Il post annuncia una nuova funzione di Substack sviluppata con la Pangram, un’azienda che vende un software di rilevamento di testi generati da intelligenze artificiali2: chi legge sull’app di Substack ora può analizzare post, note, commenti e risposte più lunghi di cento parole e ottenere una stima che dice più o meno che percentuale di testo è stata scritta “a mano” (sarebbe meglio dire digitando sulla tastiera) e che percentuale, invece, è stata scritta con l’assistenza delle ia. Il risultato lo vede solo chi chiede la scansione.
Best ha coniato anche la parola per la cosa che vuole combattere: claudefishing, appunto, costruita sul nome del large language model della Anthropic.
Il termine claudefishing, ci spiega Best, non indica tanto l’uso delle macchine in sé, ma lo scarto fra quel che ci si aspetta e quel che si trova: quanta della nostra attenzione investiamo per leggere un testo a cui non ha pensato nessuno? La Pangram stima che su alcune piattaforme fino al 40 per cento dei testi lunghi sia generato dalle macchine, con LinkedIn in testa (ce n’eravamo accorti: prima i testi erano solo brutti e tutti uguali. Adesso, quelli che prima erano solo brutti e tutti uguali sono pure fatti in serie). Insieme al rilevamento per chi legge arrivano anche strumenti per chi scrive:
la scansione delle bozze prima della pubblicazione
la possibilità di contestare i risultati (come osi dire AI!)
una dichiarazione facoltativa, “How I make this”, in cui si racconta il proprio metodo di lavoro (cioè, tipo la policy su Slow News che abbiamo dal 2023)
La parte buona dell’annuncio è proprio la dichiarazione facoltativa ed è quella di cui si parla e si parlerà meno.
Peccato, perché dichiarare come si lavora è un atto di responsabilità, oltreché di trasparenza: è una dichiarazione che sta in piedi nel tempo, è una cosa che si può verificare ma anche contestare o smentire; è un approccio che può variare nel tempo.
Il rilevamento, be’, quello invece è un’altra cosa.
Intanto, il rilevamento di Pangram o di qualsiasi altro software che fa questo mestiere è un’inferenza statistica che fa calcoli sulle proprietà stilistiche del testo e che ti offre una percentuale, un numerello, che sicuro diventerà più interessante della parte buona dell’annuncio.
Ma a cosa serve, ‘sto numerello? Best scrive – con onestà, riconosciamoglielo – che Pangram può stabilire la probabilità che una macchina sia stata usata ma non può stabilire se in quel testo ci sia stata cura umana. Solo che è una precisazione inutile: accanto a un numero da sbandierare per dire “ehi mamma guarda Sbirulino77 usa le AI, l’ho sempre saputo e ora ci ho le prove, ci ho”, nessuna precisazione intelligente sopravvive. Chi legge e usa il rilevatore non vedrà una stima probabilistica: vedrà un voto. E il voto – ti ricorda qualcosa? – misura la cosa sbagliata.
Distinguere fra chi ha delegato tutto senza cura e senza pensarci e chi ha usato una macchina per riordinare gli appunti, scrivere bozze, ampliare, fare brainstorming, controllare, non è mica un problema statistico. E il problema non è nemmeno quello dei falsi positivi, che c’erano e ci saranno ma a quanto pare su Pangram sono pochi (almeno, stando a questo freschissimo studio di giugno 2026). Non è quello il punto, per me: anche un rilevatore accuratissimo, che riduce quasi a zero i falsi positivi, risponde a una domanda diversa da quella che dovrebbe interessarci davvero. E cioè: chi risponde di quel testo? Chi ne è responsabile?
Il rilevatore di Substack ti dice se quel testo somiglia a un altro testo statisticamente e se statisticamente somiglia a un testo scritto da un’AI. Solo che la somiglianza si lava via, tipo una sciacquata in Arno. Chi sa come si fa passerà il test: agenzie, professionisti, chiunque abbia tempo e budget per costruirsi un flusso di lavoro su misura e riscrivere quello che serve riscrivere. Gli altri invece avranno lo stigma. E non è diverso da chi si poteva permettere un buon editor e chi no, eh. La regoletta moralizzatrice funziona come un watchdog che non fa la guardia al potere: morde chi sta in basso e scodinzola a chi sta in alto.
Poi c’è la questione di chi misura. La Pangram è un’azienda che quantifica un problema e vende la soluzione a quello stesso problema. E io capisco perfettamente che ci siano ambiti in cui questa “scansione” dei testi possa avere un suo senso ed essere utile, intendiamoci. E che questo prodotto abbia un suo mercato.
Adesso, però, sta su una piattaforma – secondo uno schema ben noto: un’infrastruttura che per funzione è pubblica e per proprietà è di qualcuno – che ospita centinaia di migliaia di persone che scrivono.
Ma quale sarà l’effetto del numerello e della certificazione?
Substack sta vendendo la fiducia come vantaggio competitivo, in un mercato in cui LinkedIn e le piattaforme della Meta sono piene di testi che non ha scritto nessuno. E va bene, la mossa è comprensibile, anche se sposta il costo della verifica su chi legge e su chi scrive, cavalcando più o meno volontariamente l’onda moralizzatrice invece di assumersi la responsabilità editoriale di quello che ospita – che è la cosa che le piattaforme evitano di fare da vent’anni ed è la cosa più ipocrita di tutte.
Il risultato prevedibile non è più fiducia.
È più sospetto.
Sospetti? Bene! Adesso hai il pulsantino per toglierti il dubbio. Ma il dubbio di che? Io scrivo con le macchine ogni giorno.
Fino a questo punto, pensa, secondo Pangram, il testo che hai letto è al 100% scritto da un umano. Ma a cosa ti serve, esattamente, questa informazione? In più, devi sapere che è un’informazione vera e falsa contemporaneamente.
È vera perché il testo è inequivocabilmente mio. È falsa perché io uso assistenti su misura per bozze, riassunti, estrazione di dati; un agente prepara in automatico parte del materiale di questa newsletter, a partire da una profonda analisi del mio stile, una raffinazione che ho raccontato qui.
A me interessa meno di zero che qualcuno passi il mio pezzo a un rilevatore: ho appena usato il numerello per mostrarti che il numerello non serve. Quel che mi interessa è che so di poter garantire che il testo è mio (poi, quando lo pubblico, diventa anche tuo) perché ne rispondo io: la responsabilità di quello che c’è scritto è mia. Come la misuri, questa cosa? Con quale rilevatore automatico o numerello?
Quello che stiamo costruendo con questi atteggiamenti non è un presidio della presunta autenticità: è un mercato dell’autenticità dentro un’economia di mercato, con il bollino “autentico” che non serve a niente se non ad alimentare la cultura del sospetto. Fra l’altro, è un mercato dove la bancarella, come al solito, ce l’abbiamo in comodato d’uso e sottostiamo alle regolette del proprietario, che può cambiarle da un giorno all’altro o, da un giorno all’altro, aggiungere o togliere un numerello.
Questa certificazione, fra l’altro, non protegge il reddito di chi scrive ma lo comprime. Come? Semplice: aggiunge un costo di conformità a chi lavora. È un costo non necessariamente economico, ma sicuramente di ansia da bollinatura. La scansione non puoi rifiutarla, non sai quando succede, e se il risultato ti giudica e ti crea un danno, tocca a te spiegarlo. Quindi ti toccherà un tempo di scrittura difensiva, difesa reputazionale, e avrai anche l'obbligo implicito di dichiarare per non sembrare una che nasconde. Come tutti i costi di questo genere non è proporzionale: fa male ai pesci piccoli, fa fare una risata a chi produce in serie o gode già di grande visibilità.
Se vogliamo davvero proteggere il lavoro – la fatica, signora mia! – di chi scrive, la strada non è certo certificare l’assenza delle macchine e non è nemmeno rendere obbligatoria la dichiarazione del metodo.
Dovremmo, piuttosto, trovare modi per preservare l’indipendenza e la responsabilità editoriale di chi pubblica e distribuisce.
Per esempio?
Siccome chi propone i bollini di solito non ha esattamente il problema di campare e qui invece la questione è sempre presente, ti ricordo che uno dei modi per sostenere il mio lavoro imparando è prenderti il corso AI@Work.
Stando a quel che sappiamo, il turco giocatore di scacchi nascondeva al suo interno un giocatore umano.
La Pangram ha rilasciato anche una versione a pesi aperti e codice consultabile del suo classificatore




Grazie, riflessioni sempre necessarie!
Credo che forse si possa disattivare la scansione, sai? Ma di nuovo: se la disattivi per i lettori, sei sospetto/a.
Invece di questo tool inutile preferirei si concentrassero sul far funzionare quelli già esistenti.
Traduzioni >> ero tutta contenta della nuova funzione multi-lingua per articoli e post…. E invece scopro che ad esempio anche quando traduco io in inglese un pezzo non ho un tasto “condividi” per quella stessa versione perché la vedrà così solo chi ha il browser settato in quella lingua (io mi dovrei collegare da VPN solo per vedere come viene fuori la versione pubblicata in lingua, non la bozza, Wtf!). Ma come? Ma sarebbe questo l’abbattimento delle barriere per la circolazione dei contenuti? Idem per le traduzioni automatiche. No words.
Video reel >> ero tutta contenta della funzione “video” che avrebbe permesso di trasformare in un reel il mio post/articolo dentro l’editor… l’ho provata qualche volta e ogni volta un disastro, ci metto più tempo a sistemare, riscrivere (ma poi è fatta davvero male) e quindi mi faccio io i caroselli statici con una pipeline su ChatGPT.
Ora, facile sparare a zero, siamo tutti CEO HI-Tech con le piattaforme degli altri, però a volte sarebbe più semplice migliorare ciò che già esiste anziché montare sistemi e accrocchi utili solo a dire “ecco c’è una novità”.