L'importanza di filmare tutto
Con buona pace dei boomer. Una volta lo chiamavamo citizen journalism.
L’ondata di indignazione boomer1 per i giovani che riprendevano l’incendio di Crans Montana, tutto sommato, era quasi comprensibile: “perché filmi invece di scappare o di fare qualcosa?”. Umano chiederselo, quasi spontaneo. Ma, al di là delle molte spiegazioni che sono state date rispetto a questi comportamenti, ci sono almeno tre elementi fondamentali da ricordare: primo, concentrarsi su chi filma è il classico modo per non parlare delle questioni che contano davvero: chi ha responsabilità, per esempio; secondo: l’importanza della diffusione delle buone pratiche di comportamento da adottare in situazioni di reale emergenza; terzo e non meno importante: senza quei filmati mancherebbero informazioni fondamentali per le indagini.
Abituati come siamo a concentrarci sui lati negativi della tecnologia – figurarsi, poi, se è tecnologia in mano ai giovani – non vediamo il quadro più ampio.
Prendiamo, per esempio, il brutale omicidio di Renee Nicole Good da parte di Jonathan Ross dell’Ice.
Che cosa faremmo senza i video ripresi dalle persone che erano presenti?
Grazie a quei video il New York Times ha potuto confutare le prime versioni ufficiali.
Sì, è vero, subito dopo i canali social sono stati invasi da video generati da persone con le intelligenze artificiali, il che porta a un’altra reazione indignata, sempre contro la tecnologia, ovviamente, non contro le persone che la usano.
“Signori miei, come faremo con tutti questi fake?”.
”Li contrasteremo con le riprese dal vero e con le analisi”.
Avere multiple riprese fatte da singole persone di un evento traumatico e grave come l’omicidio di Good significa avere materiale
indipendente
da angolazioni diverse
con metadati (geolocalizzazione, cronolocalizzazione)

Una volta questo lo chiamavamo citizen journalism. Citizen era una delle tante parole che abbiamo associato, nel tempo, a journalism. In italiano suonava come giornalismo partecipativo. Adesso questa pratica non ha più un nome o, se ce l’ha, è usato da poche persone, perlopiù addetti ai lavori. Ma scopriamo, per esempio dal New York Times, che è una pratica incoraggiata da quelle autorità locali che, negli Stati Uniti, hanno deciso di opporsi alle deportazioni e alla violenza dell’ICE.
ICE, CAMERA, ACTION!
Per capire quanto sia importante questo lavoro di documentazione sul campo, forse è utile spendere due parole sul modo in cui l’ICE si occupa della sua stessa immagine. Ne ho scritto ampiamente in un pezzo dal titolo “L’ICE nelle serie tv”: grazie a un lavoro di ricerca e grazie ai FOIA2 sappiamo che l’ICE ha speso un sacco di soldi per ripulirsi l’immagine. Ha dato accesso al National Geographic per produrre una serie su sé stessa (un reality totalmente acritico), ha elaborato vere e proprie linee guida per il branding in un progetto che si chiama ICE, CAMERA, ACTION!.
Come l’esercito e altre agenzie statunitense (la CIA, per esempio), ha colonizzato l’immaginario locale e internazionale nei “mercati” dominati dalla serialità televisiva made in USA e solo di recente si sono viste voci fortemente critiche (da South Park a Orange is The New Black, da Immigration Nation a Superstore).
Le riprese di quel che succede in strada sono un modo per contrastare queste operazioni gigantesche di manipolazione dell’opinione pubblica.
Tanti esempi
Il fatto che i filmati sul campo aiutino è storia non solo recente. Basta pensare al filmino amatoriale in Super 8 girato da un turista tedesco la mattina del 2 agosto 1980 che è stato usato per le indagini sulla strage di Bologna e che abbiamo raccontato nel nostro podcast 10 e 25. O al video ripreso il 3 marzo 1991 da George Holliday, un residente di Los Angeles che filmò il pestaggio brutale di Rodney King, un automobilista afroamericano picchiato a manganellate dai poliziotti mentre era ormai a terra inerme: il filmato innescò proteste diffuse contro la violenza della polizia e, dopo una prima assoluzione degli agenti coinvolti (due di loro furono poi condannati in un processo d’appello a due anni e mezzo di carcere e uno a dieci anni), i Los Angeles Riots del 1992. L’evento inaugurò l’era del cosiddetto copwatch, il monitoraggio filmato degli abusi di delle forze di polizia. Nel crollo del ponte Morandi a Genova (2018) furono automobilisti e residenti a riprendere col telefono le scene immediatamente successive, fornendo ai soccorritori e ai media un quadro istantaneo della catastrofe. Il 25 maggio 2020 la diciassettenne Darnella Frazier filmò con il suo smartphone l’agente di polizia Derek Chauvin che premeva il ginocchio sul collo di George Floyd per oltre 9 minuti, mentre Floyd immobilizzato a terra ripeteva che non riusciva a respirare e moriva. A ottobre del 2023 Forensic Architecture ha analizzato vari video amatoriali per valutare la provenienza del missile che ha distrutto l’ospedale Al-Ahli. Usando, fra l’altro, la triangolazione del “cono Doppler” del suono dell’arrivo del missile estratto da questi video, dopo averli geolocalizzati, e l’analisi della forma del cratere, hanno mostrato che la traiettoria era compatibile con un proiettile d’artiglieria proveniente da Israele.
L’esistenza di queste possibilità di ripresa diffuse richiede di avere le capacità per la verifica, ovviamente: ed è proprio qui che il metodo, la tecnologia e la pratica ci vengono in soccorso. Smascherare un fake è più facile di quanto sembri (qui, per esempio). E quando diventerà più difficile ci attrezzeremo. Ma intanto abbiamo, come al solito, possibilità che non abbiamo mai avuto prima, se rinunciamo all’idea di fare sempre e comunque i vecchi che gridano alle nuvole.
Live con La penna del web
Ho partecipato a questo incontro con LaPenna del Web, agenzia di content marketing. Abbiamo parlato di strategie e tecniche per usare le AI al lavoro, senza paura.
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A proposito di queste strategie, ecco come possiamo mettere in pratica e al servizio di quel che facciamo le tecnologie generative. Il mio corso si chiama AI@Work.
Cose da Slow News
A partire dagli ultimi mesi del 2025 si è ripresentata, con una forza inedita, una domanda centrale per chi vuole trasformare le condizioni materiali di vita: come si ricompone una lotta quando le sue parti sono molteplici e frammentate? La nostra serie “Ricomporre la lotta” parte dall’urgenza di capire se e come sia possibile aggregare movimenti, pratiche, desideri e conflitti in un tessuto politico capace di incidere davvero sulla realtà. Le esperienze raccolte in questa serie non sono astrazioni. Riprendono il filo dei grandi cicli “classici” di mobilitazione — dalla solidarietà con la Palestina alle assemblee, dalle fabbriche occupate ai centri sociali sotto pressione — con l’intento di mostrarne connessioni, tensioni e potenzialità. Ricomporre la lotta non è un catalogo di eventi o storie. È un tentativo di mostrare condotti, contraddizioni e aperture dentro cui si muovono oggi pratiche politiche e sociali che cercano di trasformare il presente. La convergenza non è un concetto teorico: è una pratica, un terreno da costruire passo dopo passo, intrecciando visioni, corpi e linguaggi.
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È il mio primo restack della vita