Slop? Il problema non è l'AI: sei tu
Scusami, ma qualcuno doveva dirtelo
C’è questo termine che circola nel lessico di chi parla di intelligenze artificiali: AI slop. Lo trovi letteralmente ovunque sui social e, più recentemente, anche dentro i luoghi di lavoro. Ha pure una sua voce su Wikipedia.
Slop è un pastone, una sbobba, un cibo molle, scadente. Come spam, è un termine “alimentare” che viene preso in prestito per parlare di un problema digitale (Spam è un tipo di carne in scatola a base di carne di maiale e spezie, prodotto, dal 1937, dalla Hormel Foods Corporation). In questo ambito è diventato sinonimo di contenuti prodotti con l’AI che magari sembrano rifiniti, formattati, a volte persino accattivanti, plausibili, ma che in realtà sono inutili, inconsistenti, vuoti, sciatti, sbagliati. In altre parole: brutti.
Nel 2024, le immagini dello “Shrimp Jesus” sono state diffuse ampiamente su Facebook. È un esempio di quella che è stata definita AI Slop.
A spingere slop nel mainstream è stato Simon Willison, un programmatore britannico che ha usato la parola nel suo blog personale a maggio del 2024, chiarendo che circolava già da tempo. La diffusione del termine è aumentata soprattutto quando Google ha iniziato a integrare Gemini nelle ricerche: in alcuni casi si sono visti errori surreali. Per ridimensionare il fenomeno e la diffusione di queste conversazioni giova ricordare che tutto quello che diciamo sulle AI generative in questo momento è di nicchia (oltre a essere spesso inutile).
Vediamo un confronto fra le ricerche su Google che riguardano l’AI slop e quelle che riguardano lo spam via email. Anche nei momenti di picco dell’AI slop, il confronto è soverchiante “in favore” dello spam.
Dopo lo slop sono arrivati gli slopper, per indicare chi si affida troppo alle AI senza criterio. Da lì in poi, lo slop ha colonizzato la politica, la pubblicità (alcuni spot di Coca-Cola e Paramount bollati come slop), l’intrattenimento (poster di film, videogiochi pieni di glitch, concerti di band che non esistono, liste di libri inventate), fino ad arrivare alla scienza e al lavoro.
Sì, perché uno studio pubblicato sull’Harvard Business Review a settembre del 2025 ha battezzato la versione aziendale del fenomeno con un’altra parola inventata: workslop.
A volte penso che anch’io dovrei mettermi a inventare parole, visto che va così tanto di moda. In realtà mi sono inventato un’intera lingua, il Floranør, ma non è un trend e così mi è rimasto lì, e ci gioco io insieme a poche altre persone (l’ho fatto con ChatGPT e qui ho raccontato come).
Gli autori di quest’ultimo studio, comunque, spiegano che la produttività promessa dalle AI generative non si è tradotta, in molte aziende, in un ritorno reale.
Perché è successo? Perché – stando a quanto dice lo studio – un buon numero di persone usa questi strumenti per produrre output che hanno l’aspetto del lavoro ben fatto, ma non hanno sostanza: presentazioni piene di slide scintillanti, report formattati, linguaggio plausibile e forbito, mail formalmente corrette. Ma senza un pensiero dietro. È un meccanismo subdolo: chi genera slop scarica sul destinatario il vero carico cognitivo. Tocca a chi riceve decifrare, correggere, rifare da capo. Il risultato? Tempo perso, frustrazione, fiducia negli strumenti che si erode. A quanto pare, il 40% dei dipendenti americani ha ricevuto almeno un caso di workslop nell’ultimo mese (il dato è calcolato su un campione di 1150 persone). Ognuno di questi casi costa in media quasi due ore di lavoro e circa 186 dollari di produttività. Fate i conti su un’organizzazione di diecimila persone e il conto sale a milioni di dollari.
Ecco qua, confezionato il pacchetto perfetto per parlar male delle intelligenze artificiali generative. C’è un problema, però.
Il workslop è colpa degli umani
La macchina non ha agency, non ha intenzioni, non pensa – è questo che ci viene ripetuto costantemente da chi sostiene la teoria dei “pappagalli stocastici”1 feroci critici delle AI – e, soprattutto, non ha responsabilità. Sei tu che scegli se usarla per amplificare la tua creatività o per scansare il lavoro e farlo male.
Se il tuo prompt è “scrivimi un report di dieci pagine su X”, se chiedi alle macchine di scriverti un romanzo da zero, se fai fare una ricerca e non la controlli e ti accontenti di quello che ti sputa fuori senza metterci la testa, il problema non è l’AI. È che ti affidi a un simulacro invece che a un pensiero.
Intendiamoci: non ho nulla contro la pigrizia. Nulla contro la procrastinazione (ti ho già parlato dell’ADHD, sì? E di Atipiche?) abbiamo sempre cercato scorciatoie. E abbiamo anche sempre prodotto cattivi lavori. E spesso non era colpa nostra, ma del sistema, della pressione, della fretta, delle paghe scarse.
Le AI generative non hanno inventato lo slop – in verità, non hanno inventato un bel niente – hanno solo reso più semplice e scalabile il difetto umano.
E l’adozione indiscriminata delle AI fatta nelle aziende per innovare in maniera fine a sé stessa è la causa del workslop. In altre parole persone che, dovendo decidere o dovendo eseguire, comprano e/o usano le AI senza sapere come vanno usate e pensando che basti premere un paio di pulsanti, come se fossero un nuovo software di videoscrittura.
Lo slop è un problema culturale
Il rischio più grande, però, non è economico ma sociale. Gli autori dello studio hanno rilevato che chi riceve slop tende a considerare meno competenti i colleghi e le colleghe che lo producono. Meno creativi, meno affidabili, in altre parole… meno intelligenti!
Quindi, se vuoi, lo slop un veleno sottile che mina la collaborazione. E la collaborazione è fondamentale quando in gioco c’è una tecnologia che richiede multidisciplinarità, contesto, feedback, scambio continuo tra persone e macchine.
Ma lo slop mina anche la fiducia negli strumenti stessi.
In questo, diventa perfetto per critiche e critici a prescindere delle AI, anche se a lungo andare questa critica si rivelerà una fallacia logica (segnatela pure come profezia, se vuoi).
Come si evita lo slop?
Non ci sono ricette miracolose, ma ci sono alcune regole di buon senso:
non tutto è compito delle AI. Usarle ovunque è come usare un martello per ogni problema: inutile e dannoso. Quindi, prima devi decidere come usarla.
assumiti la responsabilità. Le AI non sono sostituti del tuo pensiero. Sono assistenti. Il contenuto che producono va filtrato, corretto, rielaborato. Le AI producono semilavorati.
pilotə o passeggerə? Se vuoi usare le macchina per lavoro o per studio e per fare le cose bene, devi pilotare e non lasciarti trasportare passivamente.
collabora davvero con le persone e con le macchine. Scrivere un prompt non è collaborazione (davvero, fatti un favore: butta via i 100 prompt da copia-incollare). Collaborazione è dare contesto, offrire feedback, usare l’output come materia prima da rielaborare insieme.
La differenza tra chi usa l’AI bene e chi la usa male non è nella tecnologia, è nelle scelte.
Perché alla fine la verità è semplice: se è slop, non sono le AI. Sei tu che non le sai usare.
E lo so che “a sinistra” – fra i progressisti che si riscoprono conservatori e pensano, invece, di essere i nuovi campioni del luddismo anticapitalista – va di moda pensare il contrario. Lo so e mi spiace, perché “a sinistra” gli anti-AI vanno a braccetto, spesso senza rendersene conto, con i conservatori e i reazionari che vogliono semplicemente vietare.
Persino Kate Crawford, autrice dell’imprescindibile Calculating Empires – dove le tecnologie vengono messe in rapporto con il potere dal 1500 a oggi – e dell’altrettanto fondamentale Anatomy of AI, ad un certo punto ha scritto che l’AI slop “non è un’aberrazione, bensì una caratteristica inevitabile del funzionamento dei media generativi”.
Mi spiace ma non sono d’accordo. E non è un’opinione: ho le prove. Le trovo tutti i giorni nei lavori che fanno le persone che usano questi strumenti con consapevolezza. Lo slop non è intrinseco delle AI. Se mai, lo slop è intrinseco degli umani.
A meno che non si voglia sostenere che tutte le immagini stock, tutti i testi su tutti i social del mondo, tutti i libri, tutta l’arte sia da sempre straordinaria, bellissima, imprescindibile, credo diventi davvero difficile dimostrare il contrario.
Ditemi perché?
Abbiamo capito che se usiamo male le AI otteniamo risultati scadenti.
Abbiamo capito che se non controlliamo ci esponiamo a figuracce.
Abbiamo capito che sono strumenti, non oracoli.
Ora, siccome tutte queste cose le abbiamo capite, resta una domanda importante.
Perché molte persone con grande visibilità, spesso anche molto aperte nei confronti della tecnologia e – in teoria – di inclinazioni non-reazionarie, odiano le intelligenze artificiali? Perché ci tengono così tanto a prendere in giro o addirittura a stigmatizzare e ridicolizzare chi le usa? Perché continuano a metterci in guardia dagli errori che fanno le AI senza, però, avere la stessa premura nei confronti degli errori che fanno gli umani?
Qui non ho prove da portare, ma qualche idea. Temo che le AI generative facciano paura. Temo che faccia paura l’idea stessa di vedere in azione oggetti che manipolano il linguaggio e che ci fanno fare domande persino rispetto a come noi stessə manipoliamo il linguaggio.
Temo che faccia paura l’idea di vederle maneggiare immagini, audio, video, musica. Ma non per i deepfake, non per l’arte e nemmeno per il lavoro che non c’è più – perché se fosse questo il problema, allora ci si scaglierebbe contro il mercato del lavoro e lo sfruttamento delle persone.
Temo che faccia paura anche solo la possibilità della prospettiva di perdere qualche rendita di posizione. Perché, ehi, sì, è vero: per comprendere bene una ricerca scientifica occorre padroneggiare il campo di quella ricerca. Ma è altrettanto vero che, se conosco parte di quel campo e posso farmi aiutare da una macchina – sapendo come usarla –, potrò capire meglio cose che prima non padroneggiavo non afferravo, senza chiedere il permesso.
Le intelligenze artificiali generative sono abilitanti. È questo, credo, che fa più paura. Ed è una paura che trovo comprensibile, molto umana.
Nell’immotivatamente sottovalutato Matrix Resurrection, il quarto capitolo della saga, ad un certo punto il Merovingio diventa un boomer perfetto, lamentandosi di tutto e tutti e dei bei tempi andati, signora mia, quando non c’era questo. Questo cosa? Ma tutto questo, ovvio, no?
Ecco, senza offesa: a me, chi si lamenta dell’AI slop, del workslop, dello slop, sembra un po’ il Merovingio-boomer che si stava meglio quando si stava peggio.
Come persone, come esseri umani, possiamo fare di meglio.
AI@Work senza slop
Ho fatto un corso per mettere le AI al lavoro. Si chiama AI@Work ed è in vendita. La promessa? Se lo seguirai imparerai a togliere lo slop umano dalle AI.
Posizione secondo la quale le AI generative ripeterebbero semplicemente a pappagallo e in maniera casuale i dati di addestramento, ricombinandoli in maniera statistica. Non sono d’accordo e molte altre persone che fanno ricerca su questi temi non sono d’accordo. Ma ne parleremo in altra sede. Sono d’accordo, invece, sul tema dell’agentività e, soprattutto, della responsabilità.






in generale mi trovi d'accordo sull'impianto di usare questa tecnologia come mezzo ma trovo in questa analisi due gradi omissioni.
La prima: se le aziende e le persone pensano che questa tecnologia sia "miracolosa" è perché CEO, media e influencer lo ripetono da anni. Quindi le aspettative alte e l'uso improprio viene da lì. Scaricare sul lavoratore mi sembra eccessivamente colpevolizzante.
L'altra considerazione assente è il ruolo accentrante e imperialista che stanno assumendo le aziende dietro questa tecnologia. Non solo è una tecnologia che è in mano a poche potentissime persone ma il loro modo di muoversi è spregiudicato e, a mio avviso, pericoloso. Non credo sia corretto liquidare posizioni critiche verso la gestione di questa tecnologia.
Brian Merchant, Gary Marcus, Karen Hao e tanti altri mi sembrano indirizzati a criticare la gestione e i poteri che si sono creati dietro l'hai invece che la tecnologia stessa.
Credo che quello che dici sia sostanzialmente corretto ma non prendere in considerazione questi aspetti enormi rischia di togliere un grosso pezzo della conversazione.
Ho adorato.